L'Islam denuncia il terrorismo

INTRODUZIONE



In verità Allah ha ordinato la giustizia e la benevolenza e la generosità nei confronti dei parenti. Ha proibito la dissolutezza, ciò che è riprovevole e la ribellione. Egli vi ammonisce affinché ve ne ricordiate. (Corano, 16:90)

Come musulmani, condanniamo energicamente gli attacchi terroristici sferrati contro due grandi città degli Stati Uniti d’America l’11 settembre 2001, chei quali hanno causato la morte di migliaia di persone innocenti. Porgiamo quindi le nostre condoglianze alla nazione americana.
Questi attacchi hanno posto al centro dell’attenzione mondiale l’importante questione sulla vera origine del terrorismo. È stato quindi annunciato al mondo intero che l’Islam è una religione di pace e tolleranza che invita gli individui alla compassione e alla giustizia. Molti capi di stato, organizzazioni mediatiche, televisioni e stazioni radio affermarono che il vero Islam proibisce la violenza e incoraggia la pace tra gli uomini e le nazioni. Quei circoli occidentali che hanno inteso integralmente la religione dell’Islam e si sono bene informati circa i comandamenti di Dio enunciati nel Corano hanno chiaramente specificato che le parole “Islam” e “terrore” non sono sinonimi e che nessuna religione divina permette la violenza.
Questo libro sostiene che il terrorismo, che condanniamo, non trae origine da una religione divina e non ha spazio nell’Islam. Ciò è affermato chiaramente nel Corano, la fonte principale dell’Islam, ed è paleseevidente nella pratica di tutti i veri governanti musulmani, il più eminente dei quali fu il Profeta Muhammad (che Dio lo benedica e gli conceda la pace). Il presente testo rivela, alla luce dei versetti del Corano e di esempi tratti dalla storia, che l’Islam, non solo proibisce il terrorismo, ma anzi mira a stabilire la pace e la sicurezza nel mondo.
Come è noto, per secoli, molti gruppi con distinti propositi hanno condotto numerosi atti terroristici in diverse parti del mondo. Talvolta Oorganizzazioni comuniste, talvolta gruppi fascisti, talvolta estremisti e fazioni separatiste si sono assunti la responsabilità degli attentati. Mentre paesi come l’America sono divenuti spesso il bersaglio di attacchi da parte di gruppi marginali di ispirazione razzista, i paesi europei sono stati al centro di violenti attentati perpetrati da consistenti fazioni terroristiche. L’organizzazione rivoluzionaria 17 Novembre in Grecia, la RAF (Rote Armee Fraktion) e i Neo-Nazisti in Germania, la ETA in Spagna, le Brigate Rosse in Italia e molte altre organizzazioni hanno tentato di attirare l’attenzione sul loro messaggio avvalendosi del terrore e della violenza, causando la morte di persone indifese e innocenti. La natura del terrorismo si trasforma in accordo con i mutamenti delle condizioni mondiali e incrementa il suo impatto e potere grazie ai nuovi strumenti resi accessibili dallo sviluppo tecnologico. In particolare, i messimezzi di comunicazione di massa, qualicome Internet, estendono considerevolmente l’ambito e l’influenza delle attività terroristiche.

Le cause di un atto di terrorismo devono cercarsi nelle ideologie antireligiose. La religione promuove l’amore, la compassione, il perdono e uno stile di vita conforme a principi morali elevati. Il terrorismo, al contrario, sostiene la crudeltà e la violenza, provocando sofferenza, spargimenti di sangue e massacri.
Oltre alle organizzazioni occidentali, esistono altri gruppi di origine mediorientale, i quali estendono i loro attacchi terroristici ad ogni angolo del mondo. Purtroppo, il fatto che gli autori di tali azioni terroristiche abbiano identità cristiane, giudaiche o musulmane ha indotto alcuni ad avanzare affermazioni che non concordano con le religioni divine. La verità è che se anche i terroristi recassero nomi musulmani, il terrore da essi perpetrato non potrebbe essere etichettato come “terrore islamico”, così come “terrore ebraico” nel caso in cui i responsabili fossero ebrei o “terrore cristiano” se si trattasse di cristiani,. eE ciò in quanto, come vedremo in seguito, lo sterminio di persone innocenti in nome di una religione divina è inaccettabile.
Si deve ricordare che, tra quanti furono uccisi a New York e Washington, alcuni amavano il Profeta Gesù (cristiani), altri il Profeta Mosè (ebrei) e altri ancora il Profeta Muhammad (musulmani), che Dio lo benedica e gli conceda la pace. Senza il perdono da Dio, l’uccisione di persone innocenti costituisce un grave peccato che conduce ai tormenti dell’Inferno. Nessuna persona religiosa e timorosa di Dio potrebbe compiere un tale atto.
Gli aggressori possono commettere una simile violenza solo con l’intenzione di attaccare la religione stessa. Si potrebbe ipotizzare che lo scopo di costoro sia di presentare la religione come malvagia agli occhi della gente, per indurre un distacco da essa e per ingenerare odio nei confronti dei fedeli. Ne consegue che, dietro la facciata religiosa, ogni aggressione contro cittadini americani o altri innocenti altro non è che un attacco contro la religione.
La religione ordina l’amore, la misericordia e la pace, mentre il terrore, al contrario, è crudele, spietato e richiede spargimenti di sangue e miseria. Stando così le cose, le origini di un atto terroristico vanno ricercate nella miscredenza piuttosto che nella fede. Potenziali perpetratori dovrebbero piuttosto considerarsi quanti considerano la vita da una prospettiva fascista, comunista, razzista o materialista. Il nome o l’identità di chi preme il grilletto non ha importanza. Chiunque sia capace di assassinare persone innocenti a sangue freddo è un miscredente, non certo un credente. Si tratta di un assassino privo del timore di Dio, la cui principale ambizione è lo spargimento di sangue e la rovina. Per tale ragione, il concetto di “terrore islamico” è fallace e contraddice il messaggio dell’Islam, il quale rifiuta nella maniera più assoluta il terrorismo.
Al contrario, il terrore (vale a dire, lo sterminio di persone innocenti) costituisce un grave peccato nell’Islam, e i musulmani devono assumersi la responsabilità di prevenire tali atti, diffondendo la pace e la giustizia nel mondo.

LA MORALE ISLAMICA: FONTE DI PACE E SICUREZZA

..."Mangiate e bevete il sostentamento di Allah e non spargete la corruzione sulla terra". (Corano, II, 60)
Quanti affermano di agire in nome della religione possono, in realtà, ignorarla completamente compiendo di conseguenza atti riprovevoli. È dunque sbagliato farsi un’idea della religione traendo costoro ad esempio. Il modo migliore per comprendere una religione è lo studio della sua fonte divina.


Lo scopo dei terroristi è la creazione di un mondo di violenza, conflitto, caos e paura.
La fonte divina dell’Islam è il Corano, il quale si fonda su concetti quali moralità, amore, compassione, umiltà, sacrificio, tolleranza e pace. Un musulmano che viva veramente in conformità con questi precetti sarà gentile, sollecito, modesto, giusto, degno di fede e aperto, così da diffondere intorno a sé l’amore, il rispetto, l’armonia e la gioia di vivere.
L’Islam è la religione della pace
Il terrore, nel suo senso più ampio, consiste in un atto di violenza commesso a scopo politico contro obiettivi non militari. In altre parole, gli obiettivi del terrore sono civili innocenti il cui solo crimine è, agli occhi dei terroristi, di rappresentare “l’altra parte”.

Una società in cui i valori morali dell’Islam sono veramente onorati è caratterizzata dalla pace, dal perdono, dall’amore, dalla compassione, da un reciproco aiuto e dalla gioia.
Per questo, il terrore implica l’assoggettamento di persone innocenti mediante la violenza, il che è un atto privo di qualsiasi giustificazione morale. Nel caso dei misfatti commessi da Hitler o Stalin, ciò si considera un crimine contro l’umanità.
Il Corano è un lLibro rivelato per guidare la gente al vero cammino e in esso Dio comanda agli uomini di adottare una condotta morale esemplare. Tale moralità si basaè fondata su concetti quali l’amore, la compassione, la tolleranza e la misericordia.
La parola "Islam" deriva da un termine arabo che significa “pace”. L’Islam è una religione rivelata al genere umano al fine di presentare un modello di vita pacifico mediante il quale l’infinita compassione e la misericordia di Dio possano farsi manifeste sulla Terra. Dio invita tutti a conformarsi a quella morale islamica mediante la quale la compassione, la misericordia, la pace e la tolleranza possono essere sperimentate in tutto il mondo. In Surah Al-Baqara, versetto 208, Dio si rivolge ai credenti dicendo:
“O voi che credete! Entrate tutti nella Pace. Non seguite le tracce di Satana. In verità egli è il vostro dichiarato nemico”.
Come affermato in questo versetto, la sicurezza può essere assicurata solo “entrando nell’Islam”, vale a dire, vivendo in accordo con i valori del Corano, i quali prescrivono a ogni musulmano la responsabilità di trattare gli uomini, musulmani o no, in maniera giusta e gentile, proteggendo il bisognoso e l’innocente ed “evitando di disseminare la corruzione”. Quest’ultima include ogni forma di anarchia e terrore che metta a repentaglio la sicurezza, il benessere e la pace, in quanto: “Allah non ama la corruzione.” (Corano, II, 205)
L’omicidio ingiustificato rappresenta uno dei più ovvi esempi di corruzione. Dio reitera nel Corano un comandamento precedentemente rivelato agli ebrei nell’Antico Testamento:
“... chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l'umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l'umanità...”. (Corano, V, 32)
Come questo versetto rivela:, “chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra”" commette un crimine grave, come se avesse ucciso l’intero genere umano.

In Surah Ma'ida, versetto 32, Dio dice che chiunque uccida qualcuno ingiustamente è come se avesse assassinato l’intero genere umano. Uccidere anche un solo individuo è del tutto opposto all’insegnamento morale del Corano.
Risulta quindi ovvio quanto siano peccaminosi gli omicidi, i massacri e quelle azioni commesse dai terroristi volgarmente note come “attacchi suicidi”. Dio ci informa come il terrorismo sarà punito nell’Altra Vita:
“Non c'è sanzione se non contro coloro che sono ingiusti con gli uomini e, senza ragione, spargono la corruzione sulla terra: essi avranno doloroso castigo”. (Corano, XLII, 42)
Tutto ciò rivela che organizzare atti di terrore contro persone innocenti è assolutamente contrario all’Islam ed è improbabile che un vero musulmano possa commettere tali crimini. Al contrario, i musulmani hanno la responsabilità di fermare queste persone, estirpando ”ogni corruzione sulla terra” per garantire la pace e la sicurezza a tutti i popoli del mondo. L’Islam non può riconciliarsi con il terrore, deve costituire piuttosto la soluzione per prevenirlo.
Dio ha condannato la malvagità
Dio ha ordinato alla gente di evitare il male: l’oppressione, la crudeltà, l’omicidio e il massacro sono proibiti. Egli ha descrittodesignato coloro che quanti disubbidiscono ai suoi comandamenti come coloro che “seguono le tracce di Satana”, i quali adottano una condizione chiaramente definita nel Corano come peccaminosa. Tra i numerosi versetti del Libro su questo argomento ricordiamo:
“Coloro che infrangono il patto di Allah dopo averlo accettato, spezzano ciò che Allah ha ordinato di unire e spargono la corruzione sulla terra - quelli saranno maledetti e avranno la peggiore delle dimore”. (Corano, XIII, 25)
“Mangiate e bevete il sostentamento di Allah e non spargete la corruzione sulla terra”. (Corano, II, 60)
“Non spargete la corruzione sulla terra, dopo che è stata resa prospera. InvocateLo con timore e desiderio. La misericordia di Allah è vicina a quelli che fanno il bene”. (Corano, VII, 56)
Quanti credono di poter ottenere il successo causando rivolgimenti ed oppressione e uccidendo persone innocenti commettono un grave errore. Dio ha proibito tutti questi atti ispirati al terrorismo e alla violenza, condannando i responsabili in questi termini: "Allah non rende prospero l'operato dei corruttori." (Corano, X, 81)


Vi sono apparentemente molte ragioni per gli atti di terrore che hanno causato la perdita di centinaia di migliaia di vite. Quanti perpetrano tali atti non hanno timore di Dio e la moralità propria della religione gli è del tutto estranea.
Ai nostri giorni, tuttavia, è possibile testimoniare atti di terrorismo, genocidi e massacri in ogni parte del mondo. Persone innocenti sono brutalmente uccise e paesi interi affogano nel sangue per l’odio etnico instillato artificialmente tra le comunità locali. Questi orrori in paesi di storia, cultura e struttura sociale differente possono avere ragioni diverse e particolari, è nondimeno evidente che la causa fondamentale è la progressiva perdita di quella morale conforme ai precetti coranici fondata sull’amore, il rispetto e la tolleranza. Come conseguenza della scomparsa della religione, si assiste all’emersione di comunità prive del timore di Dio, convinte di non dover rendere conto delle proprie azioni nell’Altra Vita. Credendo di “non dover rendere conto a nessuno delle proprie azioni”, tendono ad agire senza compassione, morale o coscienza.
L’esistenza di ipocriti che, pur agendo in nome di Dio e della religione, in realtà si organizzavano per commettere iniquità condannate da Dio, è rivelata nel Corano. Un versetto parla di una banda composta di nove persone le quali intendevano assassinare il Profeta (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) giurando in nome di Dio:
“Nella città c'era una banda di nove persone che spargevano corruzione sulla terra e non facevano alcun bene. Dissero, giurando fra loro [in nome] di Allah: «Attaccheremo di notte, lui e la sua famiglia. Poi diremo a chi vorrà vendicarlo: "Non siamo stati testimoni dello sterminio della sua famiglia. Davvero siamo sinceri"». Ordirono una trama e Noi ordimmo una trama senza che se ne accorgessero”. (Corano, XXVII, 48-50)
Come indicato da questo incidente descritto nel Corano, il fatto di agire o giurare “nel nome di Dio”, in altre parole di avvalersi di un linguaggio simile per fare mostra di profonda religiosità, non significa che il frutto di tale operato sia conforme alla religione. Anzi, ciò può rivelarsi del tutto contrario alla volontà di Dio e alla moralità della fede. La verità è insita nelle azioni, le quali, qualora spargano “corruzione sulla terra e non facciano alcun bene”, come il versetto rivela, sono ben lungi dalla vera religione, al cui servizio non sono certo rivolte.
È del tutto impossibile per chi abbia timore di Dio e comprenda la moralità dell’Islam sostenere la violenza o la malvagità, o prendere parte in tali azioni. Per questa ragione, l’Islam è la vera soluzione al terrorismo. Una volta spiegata la sublime moralità del Corano, è impossibile accostare il vero Islam a quanti assecondano o fanno parte di gruppi che mirano all’odio, alla guerra e al caos, in quanto Dio ha proibito la malvagità:
“Quando ti volge le spalle, percorre la terra spargendovi la corruzione e saccheggiando le colture e il bestiame. E Allah non ama la corruzione. E quando gli si dice: "Temi Allah", un orgoglio criminale lo agita. L'Inferno gli basterà, che tristo giaciglio!”. (Corano, II, 205-206)
Come chiarito dai versetti di cui sopra, è impossibile, per chi abbia timore di Dio, ignorare anche la pur minima azione che possa arrecare danno al genere umano. Chi non crede in Dio e nell’Altra Vita, tuttavia, può rendersi responsabile di ogni genere di malvagità, dal momento che si crede privo di ogni responsabilità.
Il primo passo da prendere per liberare il mondo dal flagello del terrorismo riguarda l’educazione:, sbarazzandosi di quei devianti credi ateistici propagati in nome della religione e insegnando la vera moralità coranica e il timore di Dio.
La responsabilità dei credenti
Quanti non si interessano degli eventi se non quando li concernono direttamente sono privi di quel discernimento che è intimamente legato all’altruismo, alla fratellanza, all’amicizia e al servizio insito nella religione. Nel corso della loro intera esistenza, tali persone tentano solo di soddisfare il loro io meramente sprecando le loro risorse, del tutto inconsapevoli dei pericoli incombenti sull’umanità.
Nel Corano, tuttavia, Dio loda la morale di quanti si sforzano per diffondere il bene, si interessano degli eventi che avvengono intorno a loro e invitano la gente al retto cammino retto. In un versetto è proposta una metafora che descrive coloro che si attengono a tale condotta e quanti la trascurano:
“E Allah vi propone la metafora di due uomini: uno di loro è muto, buono a nulla, a carico del suo padrone e ovunque lo si invii non combina niente di buono. E' forse uguale a chi comanda con giustizia [e cammina] sulla retta via?”. (Corano, XVI, 76)
Come si deduce dal suddetto versetto, coloro che sono “sulla retta via” sono i devoti alla loro religione, che temono Dio, tengono in alta considerazione i valori spirituali e sono pronti al servizio degli altri. In generale, tali persone si mettono al servizio del genere umano cui recano grandi benefici. È quindi molto importante che gli uomini imparino a conoscere la vera religione per conformarsi alla morale del Corano – la Rivelazione divina finale. Nel Corano, Dio definisce coloro che vivono in accordo a tale morale nei termini seguenti:
“Essi sono coloro che quando diamo loro potere sulla terra, assolvono all'orazione, versano la decima, raccomandano le buone consuetudini e proibiscono ciò che è riprovevole. Appartiene ad Allah l'esito di tutte le cose”. (Corano, XXII, 41)
Dio ci ordina di compiere buone azioni
Un musulmano è colui che si attiene ai comandi di Dio, si sforza scrupolosamente di vivere in conformità alla morale coranica, in pace ed armonia, rendendo così il mondo più bello e in costante progresso. Il suo scopo è di condurre la gente alla bellezza, alla bontà e al benessere. Il Corano dice:
“... Sii benefico come Allah lo è stato con te e non corrompere la terra. Allah non ama i corruttori”. (Corano, XXVIII, 77)

Quanti hanno messo a repentaglio la vita dei civili, in special modo dei bambini, devono chiedersi che crimini costoro abbiano commesso. I crimini commessi contro persone innocenti non verranno giudicati alla presenza di Dio?
Chiunque adottiaderisca alla la fede islamica desidera ottenere il compiacimento e la compassione di Dio per entrare in Paradiso. Deve quindi costantemente sforzarsi al fine di conformare la sua moralità a quella divina mentre risiede in questo mondo. Le chiare manifestazioni di tale impegno sono la compassione, la pietà, l’onestà, il perdono, l’umiltà, il sacrificio e la pazienza. Il credente assumerà un comportamento corretto nei confronti degli altri, tenterà di compiere buone azioni e di diffondere la bontà. Nei Suoi versetti, Dio comanda:
“Non abbiamo creato i cieli e la terra e quello che vi è frammezzo se non con la verità. In verità l'Ora si avvicina, perdona dunque magnanimamente”. (Corano, XV, 85)
“... Siate buoni con i genitori, i parenti, gli orfani, i poveri, i vicini vostri parenti e coloro che vi sono estranei, il compagno che vi sta accanto , il viandante e chi è schiavo in vostro possesso. In verità Allah non ama l'insolente, il vanaglorioso”. (Corano, IV, 36)
“... Aiutatevi l'un l'altro in carità e pietà e non sostenetevi nel peccato e nella trasgressione. Temete Allah, Egli è severo nel castigo”. (Corano, V, 2)

Secondo l’insegnamento morale dell’Islam, le qualità più importanti sono l’amore, la compassione, l’aiuto reciproco, la tolleranza e il perdono. In una società in cui tale moralità sia vissuta in modo appropriato è impossibile trovare le basi della violenza e del conflitto.
Come risulta evidente dai versetti sopra citati, Dio desidera che quanti credono in Lui si comportino in maniera retta, cooperino tra loro nel conseguire il bene ed evitino la corruzione. In Sura al-Anam, versetto 160, Dio promette che: "Chi verrà con un bene, ne avrà dieci volte tanto e chi verrà con un male ne pagherà solo l'equivalente. Non verrà fatto loro alcun torto."
Nel Corano, Dio descrive Se Stesso come Colui Che conosce "i segreti dei cuori degli uomini" e ammonisce di “evitare ogni genere di male”. Un musulmano, ovvero “uno che si sottomette a Dio”, deve quindi fare tutto il possibile per combattere il terrorismo.
Un musulmano, essendosi sottomesso a Dio, non rimane indifferente a quanto accade intorno a lui, né adottapuò pensare che la mentalità che nulla importa purché non gli rechi danno. Egli è È il Suo rappresentante e un ambasciatore deli bene. Non può dunque mostrare indifferenza di fronte alla crudeltà e al terrorismo. In realtà, il musulmano è il più grande nemico del terrorismo in quanto esso uccide gli innocenti. L’Islam si oppone a ogni forma di terrorismo e tenta di prevenirlo al suo insorgere, in altre parole, sul piano delle idee. Ordina quindi di stabilire la pace e la giustizia, di evitare la discordia, il conflitto e l’iniquità.
Dio comanda di essere giusti
La vera giustizia descritta nel Corano ordina al genere umano di comportarsi in modo lecito, senza operare discriminazioni tra gli uomini, di proteggere i diritti delle persone, di non permettere la violenza indipendentemente dalle circostanze, di prendere posizione a fianco degli oppressi contro gli oppressori e di aiutare chi ha bisogno. Questa giustizia cerca di difendere i diritti delle parti in conflitto una volta giunte ad un accordo, mettendo in chiaro ogni termine della risoluzione ottenuta ed evitando ogni tipo di pregiudizio, procedendo in tal modo in maniera oggettiva, onesta, tollerante, misericordiosa e compassionevole.
Per esempio, se si ha la capacità di risolvere un problema con moderazione, ma si è soggetti all’influenza delle emozioni e delle passioni, non si potrà giungere a una decisione equa. Per questa ragione, un governante deve essere in grado di mettere da parte i punti di vista e i giudizi tendenziosi. Deve trattare equanimamente entrambe le parti qualora vi sia un richiesta di aiuto, sostenere ciò che è giusto in ogni circostanza senza deviare dal cammino dell’onestà e della veridicità. Una persona dovrebbe incorporare i valori del Corano nella propria anima in modo tale da considerare gli interessi delle altre parti al di sopra dei propri, anche nel caso in cui ciò si volga a suo detrimento.
Dio comanda in Surat an-Nisa’, versetto 58: "... giudicate con equità quando giudicate tra gli uomini…". In un altro versetto, Dio ordina ai credenti di agire con giustizia anche contro i propri interessi:
“O voi che credete, attenetevi alla giustizia e rendete testimonianza innanzi ad Allah, foss'anche contro voi stessi, i vostri genitori o i vostri parenti, si tratti di ricchi o di poveri! Allah è più vicino [di voi] agli uni e agli altri. Non abbandonatevi alle passioni, sì che possiate essere giusti. Se vi destreggerete o vi disinteresserete, ebbene Allah è ben informato di quello che fate”. (Corano, IV, 135)
Nel Corano, Dio offre una dettagliata descrizione della giustizia e informa i credenti dell’attitudine da adottare qualora si incontrino incidenti sul proprio cammino mantenendosi equi. Tale guida rappresenta un grande aiuto per i credenti e una misericordia da parte di Dio. Per questa ragione, coloro che credono sono responsabili di esercitare la giustizia integralmente per ottenere l’approvazione di Dio e condurre una vita pacifica e serena.


La giustizia che Dio ordina nel Corano si applica equanimamente a tutti gli uomini, senza considerazione di lingua, razza o etnia e non varia secondo il luogo, il tempo e il popolo. Anche ai nostri giorni vi sono popoli soggetti a trattamenti crudeli e ingiusti a causa del colore della loro pelle o della loro razza.
Dio, tuttavia, ci informa nel Corano che il proposito della creazione di popoli e tribù differenti è “che si conoscano l’un l’altro”. Nazioni e genti diverse, tutte serve di Dio, dovrebbero conoscersi reciprocamente , vale a dire, comprendere le varie culture, lingue, tradizioni e attitudini. In breve, uno dei propositi della creazione delle razze e delle nazioni non è il conflitto, ma la ricchezza culturale. Tale variazione è una munificenza della creazione di Dio. Che uno sia più alto di un altro o che la pelle sia gialla o bianca non è né un fattore di superiorità rispetto agli altri, né di inferiorità. Ogni caratteristica personale è il risultato della creazione di Dio e tali variazioni non hanno un’importanza fondamentale. Un credente sa che l’eccellenza dipende solo dal timore di Dio e dalla forza della fede, come è affermato nel seguente versetto:
“O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda. Presso Allah, il più nobile di voi è colui che più Lo teme. In verità Allah è sapiente, ben informato”. (Corano, XLIX, 13)
Come Dio ci informa, la comprensione della giustizia da Lui raccomandata richiede uguaglianza, tolleranza e pace nei confronti di chiunque, senza alcuna discriminazione.
L’odio provato nei confronti di una comunità non previene i credenti dall’esercitare la giustizia
L’odio e l’ira sono le principali fonti del male, le quali prevengonoimpediscono all’uomo daldi prendere giuste decisioni e daldi pensare e dall’agire razionalmente. È facile commettere ogni tipo di ingiustizia verso chi si considera un nemico. Lo si può accusare di atti che mai ha commesso o fornire intenzionalmente falsa testimonianza contro un innocente. Per tale inimicizia, si può opprimere in maniera insostenibile. Alcuni evitano di testimoniare in favore di coloro con cui sono in disaccordo, seppure innocenti, occultando le prove della loro incolpevolezza. Si compiacciono inoltre della miseria di costoro, dell’ingiustizia patita o della grave sofferenza. Il loro timore principale è, d’altra parte, che giustizia sia fatta e l’innocenza provata.
Per queste ragioni è difficile per chi vive in società corrotte avere fiducia negli altri. Si teme costantemente di cadere vittima di qualcuno. Con la perdita della fiducia reciproca, sentimenti umani quali la tolleranza, la compassione, la fratellanza e la cooperazione vengono sostituiti dall’odio.
Ciò che si prova nel cuore nei confronti di una persona o di una comunità non dovrebbe in ogni caso mai influire sulle decisioni del credente. Per quanto ostile o immorale possa essere la persona considerata, il credente dovrebbe mettere da parte i propri sentimenti per agire in maniera equa, raccomandando ciò che è giusto. I suoi sentimenti non dovrebbero oscurare la sua saggezza e coscienza, la quale gli ispira costantemente di attenersi alle buone maniere e ai comandamenti di Dio espressi nel Corano. In Surah Al-Mâ'ida, si ordina:
“O voi che credete, siate testimoni sinceri davanti ad Allah secondo giustizia. Non vi spinga all'iniquità l'odio per un certo popolo. Siate equi: l'equità è consona alla devozione. Temete Allah. Allah è ben informato su quello che fate”. (Corano, V, 8)
Se il tuo Signore volesse, tutti coloro che sono sulla terra crederebbero. Sta a te costringerli ad essere credenti?
(Corano, X, 99)
Come indicato nel versetto, la giusta attitudine consiste nel conformarsi al timore di Dio. Una persona di fede sa che per compiacere a Dio è necessario agire con equità. Tale atteggiamento ispira inoltre fiducia negli altri, i quali si sentono a loro agio in sua presenza e gli affidano responsabilità, giungendo a ottenere il rispetto anche da parte dei nemici. Una simile condotta potrà essere, per alcuni, una fonte d’ispirazione per la fede.
L’Islam difende la libertà di pensiero
L’Islam è una religione che garantisce la libertà di pensiero e di vita. Stabilisce regole per prevenire e proibire le tensioni, le dispute, le calunnie e il pensiero negativo. Così come si oppone fermamente al terrorismo e ad ogni atto di violenza, proibisce anche la seppur minima pressione ideologica:
“Non c'è costrizione nella religione. La retta via ben si distingue dall'errore”. (Corano, II, 256)
“Ammonisci dunque, ché tu altro non sei che un ammonitore e non hai autorità alcuna su di loro”. (Corano, LXXXVIII, 21-22)
Il costringere la gente a credere nella religione o ad adottare le sue credenze è del tutto contrario all’essenza e allo spirito dell’Islam, per il quale la vera fede è possibile unicamente mediante il libero arbitrio e la libertà di coscienza. I musulmani, naturalmente, possono consigliare e incoraggiare gli altri a fare propria la moralità coranica, della cui esposizione, nel miglior modo possibile, sono responsabili tutti i credenti. Ciò significa mostrare la bellezza della religione alla luce del versetto: "Chiama al sentiero del tuo Signore con la saggezza e la buona parola..." (Corano, XVI, 125), pur tenendo a mente il versetto: "Non sta a te guidarli, ma è Allah che guida chi vuole." (Corano, II, 272)

Indipendentemente dalla religione o dalla fede in cui una persona crede, sia essa ebrea, cristiana, buddista o induista, i musulmani sono invitati nel Corano ad essere tolleranti e  perdonatori e a comportarsi nei loro confronti con giustizia e umanità.
I musulmani non ricorrono mai alla coercizione, né a qualsiasi forma di pressione fisica o psicologica. Inoltre non si avvarranno mai di privilegi mondani per volgere qualcuno alla religione. Al ricevere un responso negativo, dovranno rispondere in accordo al versetto: "a voi la vostra religione, a me la mia." (Corano, CIX, 6)
Nel mondo in cui viviamo convivono diverse credenze: il cristianesimo, il giudaismo, il buddismo, l’induismo, l’ateismo, il deismo e addirittura il paganesimo. I musulmani devono quindi essere tolleranti nei confronti di tutti i credi che incontrano, indipendentemente dalla loro natura, mostrandosi disposti al perdono, alla giustizia e allo spirito umanitario. Tale responsabilità consiste nell’invitarenell'invogliare la gente alla bellezza della religione di Dio mediante la pace e la tolleranza. La decisione se credere o accettare tali verità spetta all’altra parte. Il tentativo di forzare una persona a credere o imporgli un certa condotta è una violazione della moralità coranica. Dio ricorda ai credenti:
“Se il tuo Signore volesse, tutti coloro che sono sulla terra crederebbero. Sta a te costringerli ad essere credenti?”. (Corano, X, 99)
“Ben conosciamo quello che dicono: tu non sei tiranno nei loro confronti! Ammonisci dunque con il Corano chi non teme la Mia minaccia”. (Corano, L, 45)
Un modello di società in cui la gente è forzata a credere contraddice completamente l’Islam. La fede e l’adorazione dovrebbero essere rivolte a Dio unicamente per la libera volontà dell’individuo. In un un sistema sociale in cui si impone una determinata condotta in materia di fede, la gente accetta solo per paura delle conseguenze. Da un punto di vista religioso, ciò che realmente conta è il vivere la religione in vista del compiacimento di Dio in una condizione di assoluta libertà di coscienza.
Nel 1492, gli ebrei che rifiutarono di convertirsi furono esiliati dalla Spagna da re Ferdinando e dalla regina Isabella (sopra). Gli ebrei furono accolti dall’impero Ottomano, un rifugio di giustizia islamica e tolleranza.
La storia dell’Islam offre numerosi esempi di tolleranza da parte dei governatori musulmani, i quali rispettarono tutte le religioni e stabilirono la libertà di culto. Per esempio, Thomas Arnold, un missionario britannico al servizio del governo indiano, descrisse tale condizione con queste parole:
“Ma di un qualsiasi tentativo sistematico di imporre l’accettazione dell’Islam alla popolazione non-musulmana, o di una qualsivoglia persecuzione volta a sopprimere la religione cristiana, non abbiamo mai udito nulla. Avessero i califfi deciso di adottare un tale corso di azione, avrebbero spazzato via la cristianità con la stessa facilità con cui Ferdinando e Isabella espulsero l’Islam dalla Spagna, o Luigi XIV penalizzato il Protestantesimo in Francia, o l’Inghilterra bandito gli ebrei per 350 anni. Le chiese orientali in Asia era interamente separate dalla comunione con il resto della cristianità, in cui nessuno avrebbe levato un dito in loro favore, in quanto eretiche. Ne consegue che la sopravvivenza di queste chiese fino ai giorni nostri è una prova evidente dell’attitudine generalmente tollerante dei governi islamici nei loro confronti”.1
Dio proibisce l’omicidio di persone innocenti
Secondo il Corano, uccidere una persona innocente costituisce uno dei peccati più gravi :
“... chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l'umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l'umanità. I Nostri messaggeri sono venuti a loro con le prove! Eppure molti di loro commisero eccessi sulla terra”. (Corano, V, 32)
“... coloro che non invocano altra divinità assieme ad Allah; che non uccidono, se non per giustizia, un' anima che Allah ha reso sacra; e non si danno alla fornicazione. E chi compie tali azioni avrà una punizione”. (Corano, XXV, 68)
Come si deduce dai succitati versetti, l’uccidere immotivatamente una persona innocente è passibile di gravi tormenti. Dio ci informa che l’uccisione anche di un singolo uomo è un male pari alla distruzione dell’intero genere umano. Una persona osservante dei limiti posti da Dio non può arrecare danno neppure a un singolo essere umano, per non parlare del massacro di migliaia di innocenti. Quanti credono di poter evitare la giustizia e quindi la punizione in questo mondo non avranno mai successo, in quanto dovranno rendere conto delle loro azioni alla presenza di Dio. Per tale ragione, i credenti, i quali sanno di dover rispondere dei loro atti dopo la morte, sono molto meticolosi nell’osservare i limiti posti da Dio.
Dio comanda ai fedeli la compassione e la misericordia
In un versetto coranico la moralità islamica è descritta nei termini seguenti:
“… coloro che credono e vicendevolmente si invitano alla costanza e vicendevolmente si invitano alla misericordia. Costoro sono i compagni della destra”. (Corano, XC, 17-18)
La moralità islamica contempla una vita di pace, benessere, amore e gioia per tutti  i popoli...

Come si nota da questo versetto, una delle caratteristiche principali di quella moralità volta a garantire la salvezza ai credenti nel Giorno del Giudizio e l’ingresso al Paradiso è l’invitarsi " vicendevolmente alla misericordia ".
La vera origine della compassione è l’amore di Dio, da cui deriva l’amore per la Sua creazione. Chi ama Dio sente un legame diretto e una vicinanza alle cose da Lui create. Questo sentimento e questa prossimità al Signore, creatore del genere umano, induce ad assumere una moralità retta in accordo con le ingiunzioni coraniche. Da una tale condotta deriva quindi la compassione. Questo modello di moralità, pieno di amore, compassione e sacrificio, è esposto nei seguenti versetti:
“Coloro di voi che godono di favore e agiatezza, non giurino di non darne ai parenti, ai poveri e a coloro che emigrano sul sentiero di Allah. Perdonino e passino oltre! Non desiderate che Allah vi perdoni? Allah è perdonatore, misericordioso” (Corano, XXIV, 22).
“... quanti prima di loro abitavano il paese e [vivevano] nella fede, che amano quelli che emigrarono presso di loro e non provano in cuore invidia alcuna per ciò che hanno ricevuto e che [li] preferiscono a loro stessi nonostante siano nel bisogno. Coloro che si preservano dalla loro stessa avidità, questi avranno successo.” (Corano, LIX, 9).
“... quelli che hanno dato loro asilo e soccorso, loro sono i veri credenti: avranno il perdono e generosa ricompensa” (Corano, VIII, 74).
“Adorate Allah e non associateGli alcunché. Siate buoni con i genitori, i parenti, gli orfani, i poveri, i vicini vostri parenti e coloro che vi sono estranei, il compagno che vi sta accanto, il viandante e chi è schiavo in vostro possesso. In verità Allah non ama l'insolente, il vanaglorioso” (Corano, IV, 36).
“Le elemosine sono per i bisognosi, per i poveri, per quelli incaricati di raccoglierle, per quelli di cui bisogna conquistarsi i cuori, per il riscatto degli schiavi, per quelli pesantemente indebitati, per [la lotta sul] sentiero di Allah e per il viandante . Decreto di Allah! Allah è saggio, sapiente” (Corano, IX, 60).
…mentre il terrorismo anela ad una società dominata dalla violenza, dalla paura, dall’ansietà e dal caos.

L’elevata moralità richiesta ai credenti, secondo le aproleparole del Corano, deriva dal loro profondo amore di Dio. Grazie a tale devozione, si attengono scrupolosamente a quanto rivelato nel Corano. I credenti si sforzano di evitare che la gente provi un debito di gratitudine nei loro confronti per la compassione dimostrata e l’aiuto offerto e non si aspettano neppure di essere ringraziati. Il loro vero scopo è ottenere il compiacimento di Dio tramite la moralità, sapendo di dover essere chiamati a rendere conto della loro condotta nel Giorno del Giudizio. Nel Corano Dio ha espressamente rivelato che l’inferno sarà l’esito di quanti consapevolmente rifiutano di vivere in conformità alla morale coranica:
“«Cosa mai vi ha condotti al Calore che brucia?». Risponderanno: Non eravamo tra coloro che eseguivano l'orazione né nutrivamo il povero." (Corano, LXXIV, 42-44)
“... Afferratelo e mettetelo nei ceppi, quindi sia precipitato nella Fornace, e poi legatelo con una catena di settanta cubiti. Non credeva in Allah, il Supremo, e non esortava a nutrire il povero”. (Corano, LXIX, 30-34)
“Non vedi colui che taccia di menzogna il Giudizio? E' quello stesso che scaccia l'orfano e non esorta a sfamare il povero”. (Corano, CVII, 1-3)
“... che non vi sollecitate vicendevolmente a nutrire il povero...”. (Corano, LXXXIX, 18)

La moralità islamica ordina ai musulmani di di proteggere i diritti degli orfani e dei poveri, di aiutarsi reciprocamente e di essere ben disposti verso gli altri.
Secondo questi versetti, i musulmani descritti nel Libro possiedono una natura più compassionevole e devota. Nessuno che viva in accordo a tale moralità potrà mai acconsentire al terrorismo e agli atti di violenza contro persone innocenti. Il carattere dei terroristi è l’esatto opposto dell’etica coranica. Un terrorista è un individuo spietato che guarda al mondo con odio e il desiderio di uccidere, distruggere e spargere sangue.
Un musulmano rispettoso dei precetti coranici si rivolge agli altri mostrando quell’amore previsto dall’Islam, rispetta ogni genere di idee, tenta sempre di creare armonia laddove regna il disaccordo, di spegnere le tensioni, di considerare tutti i punti di vista e di comportarsi con moderazione. Una società composta di simili persone darà luogo ad una civilizzazione più elevata e godrà di una maggiore moralità, armonia, giustizia di quanto fruiscano oggi le nazioni più moderne.
Dio ha comandato il perdono e la tolleranza
Uno dei fondamenti dell’Islam è il perdono e la tolleranza secondo le parole: "Prendi quello che ti concedono di buon grado" (Corano, VII, 199).

Nelle società basate sulla moralità islamica, le chiese, le sinagoghe e le moschee coesistono pacificamente. L’immagine di tre santuari in un’istituzione per i senzatetto mostra la tolleranza, la giustizia e lo sforzo per la pace inculcati dall’insegnamento della moralità islamica.
Quando si considera la storia dell’Islam, si può osservare chiaramente come i musulmani abbiano tradotto questo aspetto importante della moralità coranica nella vita della società. Come verrà trattato nelle parti successive del presente studio, i musulmani hanno sempre recato con sé un’atmosfera di libertà e tolleranza ovunque si siano stabiliti. Ciò ha consentito l’armoniosa e pacifica convivenza di popoli di religione, lingua e cultura differente. Una delle ragioni principali della secolare esistenza dell’Impero Ottomano, che si estese fino ad includere territori enormi, fu l’atmosfera di tolleranza e comprensione determinata dall’Islam. I musulmani, noti per secoli per la loro natura tollerante e amorevole, sono sempre stati il popolo più compassionevole e giusto. Entro questa struttura multietnica, ogni gruppo era libero di vivere conformemente alla sua religione e alla sua legge.
La vera tolleranza, quando attuata secondo i parametri stabiliti nel Corano, non può che recare la pace e il benessere nel mondo :
“Non sono certo uguali la cattiva [azione] e quella buona. Respingi quella con qualcosa che sia migliore: colui dal quale ti divideva l'inimicizia, diventerà un amico affettuoso”. (Corano, XLI, 34)
In diversi versetti del Corano Dio ha definito il perdono come una qualità superiore, meritevole di ricompensa: "La sanzione di un torto è un male corrispondente, ma chi perdona e si riconcilia, avrà in Allah il suo compenso. In verità Egli non ama gli ingiusti." (Corano, XLII, 40) In un altro versetto Egli descrive i credenti come: "quelli che donano nella buona e nella cattiva sorte, che controllano la loro collera e perdonano agli altri, poiché Allah ama chi opera il bene" (Corano, III, 134). Dio ha affermato che il perdono nei confronti di chi ha sbagliato costituisce un modo di agire virtuoso:
“... Non cesserai di scoprire tradimenti da parte loro, eccetto alcuni. Sii indulgente con loro e dimentica. Allah ama i magnanimi”. (Corano, V, 13)
Tutto ciò dimostra che la moralità raccomandata dall’Islam al genere umano è fonte di pace, giustizia e armonia nel mondo. Quella barbarie nota come terrorismo, che tanta preoccupazione desta oggi nel mondo, è opera di persone fanatiche e ignoranti, del tutto estranee alla moralità coranica e alla religione. La soluzione da adottare nei confronti di coloro che tentano di celare la loro barbarie sotto la maschera della religione è l’insegnamento della vera moralità coranica. In altre parole, l’Islam e la sua forma di condotta costituiscono la soluzione alla piaga del terrorismo, non il suo sostegno.

…Allah è dolce e misericordioso con gli uomini..
(Corano, II, 143)

LA GUERRA NEL CORANO



…Allah è dolce e misericordioso con gli uomini.. (Corano, II, 143)
Secondo il Corano, la guerra rappresenta un “obbligo indesiderato” da compiere in stretta osservanza di particolari linee di condotta umane e morali cui ricorrere solo in caso estremo di necessità.
In un versetto del Corano, è spiegato che quanti intraprendono una guerra sono miscredenti e che Dio non approva la guerra:
“…Ogni volta che accendono un fuoco di guerra, Allah lo spegne. Gareggiano nel seminare disordine sulla terra, ma Allah non ama i corruttori” (Corano, V, 64).
In caso di conflitto, prima di ingaggiare un combattimento, i musulmani devono attendere fino a che ciò non diventi obbligatorio. Ai credenti è concesso di combattere soltanto in risposta ad un attacco della parte avversa qualora non rimanga nessun altra alternativa:

Un’immagine di Medina ai nostri giorni, la città in cui il Profeta Muhammad (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) e i musulmani emigrarono per fondare la loro costituzione politica.
“Se però cessano, allora Allah è perdonatore, misericordioso” (Corano, II, 192).
Un esame più attento della vita del Profeta Muhammad (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) rivela che la guerra era un metodo cui ricorrere a scopi difensivi unicamente in casi inevitabili.
La rivelazione del Corano al Profeta Muhammad (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) si protrasse per un periodo di 23 anni. Nel corso dei primi 13 anni, i musulmani vissero come una minoranza sotto un ordine pagano a Mecca e dovettero subire una costante oppressione. Molti di essi furono vessati, torturati, addirittura uccisi e privati di ogni bene e proprietà. Ciononostante, i musulmani condussero la loro esistenza senza ricorrere alla violenza, invitando i pagani alla pace.
Quando l’oppressione si fece insostenibile, i musulmani emigrarono nella città di Yathrib, poi chiamata Madinah, dove stabilirono il loro ordine in un ambiente libero e accogliente. Tale nuova situazione, tuttavia, non li indusse a prendere le armi contro gli aggressivi pagani di Mecca. Fu solo in seguito alla seguente rivelazione che il Profeta (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) ordinò alla sua gente di prepararsi per la guerra:
“A coloro che sono stati aggrediti è data l'autorizzazione [di difendersi], perché certamente sono stati oppressi e, in verità, Allah ha la potenza di soccorrerli; a coloro che senza colpa sono stati scacciati dalle loro case solo perché dicevano : "Allah è il nostro Signore"…”. (Corano, XXII, 39-40)
In breve, ai musulmani fu concesso di dichiarare guerra solo in reazione all’oppressione e alla violenza di cui erano vittime. In altre parole, Dio concesse il permesso di combattere solo a scopo difensivo. In un altro versetto, si ammoniscono i musulmani contro l’uso innecessario della provocazione e della violenza:
“Combattete per la causa di Allah contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, ché Allah non ama coloro che eccedono” (Corano, II, 190).
In seguito alla rivelazione di questi versetti, si combatterono molte guerre tra i musulmani e gli Arabi pagani. In nessuna di esse, tuttavia, furono i musulmani i primi a intraprendere le ostilità. Il Profeta Muhammad (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) stabilì inoltre un ambiente sociale sicuro e pacifico tanto per i musulmani che per i pagani mediante la sanzione del trattato di pace di Hudaybiya, con il quale agli idolatri era concessa la maggior parte delle loro richieste. La parte che violò i termini dell’accordo e diede inizio alle ostilità fu ancora una volta quella pagana. Grazie alle rapide conversioni all’Islam, le armate musulmane assembrarono una forza considerevole contro gli Arabi pagani. Muhammad (che Dio lo benedica e gli conceda la pace), tuttavia, conquistò Mecca senza alcuno spargimento di sangue e in uno spirito di tolleranza. Se avesse voluto, Muhammad (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) avrebbe potuto prendere la sua vendetta contro i capi tribù idolatri della città, ma non nuocque a nessuno di essi, li perdonò mostrando tolleranza nei loro confronti. Secondo le parole di John Esposito, un esperto occidentale di islamistica: "evitando la vendetta e il bottino di guerra, il Profeta accettò piuttosto un accordo e garantì l’amnistia in luogo di brandire la spada contro i suoi nemici." 2
Gli idolatri, i quali in seguito si convertirono volontariamente all’Islam, non poterono fare altro che ammirare la nobiltà di carattere del Profeta (che Dio lo benedica e gli conceda la pace).
Non solo durante la conquista di Mecca, ma anche nel corso di tutte le battaglie e le conquiste ottenute in nome del Profeta Muhammad (che Dio lo benedica e gli conceda la pace), i diritti degli innocenti e degli indifesi furono meticolosamente salvaguardati. Il Profeta Muhammad (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) raccomandò in diverse occasioni ai credenti di attenersi al modello di comportamento fondato sul suo esempio. Si rivolse ai credenti in partenza per la guerra con le seguenti parole: "Andate in guerra in adesione alla religione di Dio. Non aggredite gli anziani, le donne e i bambini. Migliorate sempre la situazione e siate gentili nei loro confronti. Dio ama quanti sono sinceri.".3 Il Messaggero di Dio (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) definì inoltre i parametri di condotta da adottarsi anche nel più furioso dei combattimenti:
Non uccidete i bambini. Evitate di molestare quei devoti che adorano nelle chiese! Non trucidate le donne e gli anziani. Non mettete a fuoco o tagliate gli alberi. Non distruggete le case!4
I principi islamici proclamati nel Corano confermano tale politica pacifica e temperata del Profeta Muhammad (che Dio lo benedica e gli conceda la pace). Nel Suo Libro, Dio ordina ai credenti di trattare i non musulmani con cortesia e giustizia:
“Allah non vi proibisce di essere buoni e giusti nei confronti di coloro che non vi hanno combattuto per la vostra religione e che non vi hanno scacciato dalle vostre case, poiché Allah ama coloro che si comportano con equità. Allah vi proibisce soltanto di essere alleati di coloro che vi hanno combattuto per la vostra religione, che vi hanno scacciato dalle vostre case, o che hanno contribuito alla vostra espulsione...” (Corano, LX, 8-9).
Questi versetti espongono il modo in cui i musulmani dovrebbero comportarsi nei confronti dei non musulmani: i credenti dovrebbero trattare tutti i non musulmani con gentilezza evitando solo di fare amicizia con quanti mostrino ostilità nei confronti dell’Islam. Nel caso in cui tale malevolenza sia causa di violenti attacchi contro i musulmani, vale a dire, qualora sia mossa guerra contro di loro, si dovrebbe rispondere in maniera equa considerando la dimensione umana della situazione. Ogni forma di barbarie, atti di violenza non necessari e aggressioni ingiuste sono proibiti nell’Islam. In un altro versetto, Dio ammonisce i musulmani contro tali azioni, affermando che l’ira provata nei confronti dei nemici non dovrebbe indurre a cadere nell’ingiustizia:
“O voi che credete, siate testimoni sinceri davanti ad Allah secondo giustizia. Non vi spinga all'iniquità l'odio per un certo popolo. Siate equi: l'equità è consona alla devozione. Temete Allah. Allah è ben informato su quello che fate” (Corano, V, 8).

Il significato del concetto di "Jihad"
Un altro concetto che merita un chiarimento nel contesto della presente discussione è quello di "jihad".
L’esatto significato di "Jihad" è "sforzo". Quindi, nell’Islam, "compiere il jihad" significa "sforzarsi". Il Profeta Muhammad (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) spiegò che "il jihad maggiore è quello intrapreso contro la propria anima inferiore". Ciò che in questo caso si intende per "anima inferiore" sono i desideri egoistici e le ambizioni.
Considerato dal punto di vista del Corano, il termine "jihad" può anche significare uno sforzo condotto sul piano intellettuale contro quanti opprimono, trattano ingiustamente, assoggettano alla tortura e alla crudeltà e violano i legittimi diritti umani. Il fine di un tale sforzo è l’affermazione della giustizia, della pace e dell’uguaglianza.
Oltre a questi significati ideologici e spirituali, si considera come "jihad" anche lo sforzo in senso fisico, per quanto, come spiegato in precedenza, esso deve essere condotto unicamente a scopi difensivi. L’utilizzo del concetto di "jihad" per atti di aggressione contro persone innocenti, vale a dire per il terrore, è ingiusto e una grave distorsione del suo autentico significato.


Uno dei propositi principali delle bombe, degli attacchi incendiari e di simili attentati è di diffondere paura, ansietà, insicurezza e senso di panico nella gente.
Il suicidio è proibito nel Corano

Un’altra importante questione sollevata dai recenti attacchi terroristici contro gli Stati Uniti è quella degli attacchi suicidi. Alcune persone del tutto disinformate riguardo all’Islam hanno affermato che questa religione di pace permetterebbe gli attacchi suicidi, mentre in realtà essa stabilisce che tanto l’uccidere se stessi che altri è proibito: "…non uccidetevi da voi stessi..." (Corano, IV, 29) Dio ha dichiarato che il suicidio è un peccato. Nell’Islam è assolutamente proibito uccidere se stessi, per nessuna ragione.
Il Profeta (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) afferma che quanti commettono suicidio saranno puniti :
“Senza dubbio, chiunque (intenzionalmente) uccida se stesso, sarà punito nel Fuoco dell’Inferno, dove dimorerà per sempre”.5
Ne risulta che il suicidio e quindi i cosiddetti attacchi suicidi, i quali causano la morte di migliaia di persone innocenti, sono in totale violazione della moralità islamica. Dio dice nel Corano che è un peccato porre fine alla propria vita. Per tale ragione, è del tutto impossibile per chi creda in Dio e affermi di attenersi al Corano compiere un tale atto. Le sole persone capaci di tanto sono coloro che hanno un’erronea percezione della religione, non hanno idea della vera moralità coranica, non si avvalgono delle loro facoltà razionali e della loro coscienza, sono sotto l’influsso di ideologie ateistiche e sono state manipolate da influenze ispirate all’odio e alla vendetta. Ognuno deve opporsi a queste azioni.
... e non uccidetevi da voi stessi. Allah è misericordioso verso di voi.
(Corano, IV, 29)

La compassione, la tolleranza e l’umanità nella storia dell’Islam
Per riassumere quanto considerato, si può dire che la dottrina politica dell’Islam (in altre parole, le regole e i principi concernenti questioni politiche) è estremamente moderata e ispirata alla pace. Tale verità è accettata da diversi storici e teologi non musulmani, tra cui la storica britannica Karen Armstrong, una ex suora esperta in storia del Medio Oriente. Nel suo libro Holy War, nel quale si esaminano le tre religioni divine, afferma:
“... La parola 'Islam' deriva dalla stessa radice araba della parola “pace” e il Corano condanna la guerra come uno stato anormale delle cose opposto al volere di Dio … L’Islam non giustifica una guerra totale di sterminio… L’Islam riconosce che la guerra è inevitabile e talvolta un dovere positivo per porre fine all’oppressione e alla sofferenza. Il Corano insegna che la guerra dovrebbe essere limitata e condotta nella maniera più umana possibile. Mohammad dovette combattere non solo i Meccani, ma anche le tribù ebraiche vicine e le tribù cristiane in Siria, le quali avevano pianificato un’offensiva contro di lui in alleanza con i Giudei. Ciò, tuttavia, non indusse Mohammed a denunciare la Gente del Libro. I suoi musulmani erano costretti a difendersi, ma non combattevano una “guerra santa” contro la religione dei loro nemici. Quando Mohammad inviò il suo liberto Zaid contro i Cristiani alla testa dell’armata musulmana, gli disse di combattere nella causa di Dio con coraggio e umanità. Non si dovevano aggredire i preti, i monaci e le suore, né i deboli e gli indifesi né quanti erano incapaci di combattere. Non vi dovevano essere massacri di civili né si doveva tagliare un singolo albero né distruggere alcun edificio”.6
Dopo la morte del Profeta (che Dio lo benedica e gli conceda la pace), anche i Califfi che gli succedettero si dimostrarono molto sensibili all’esercizio della giustizia. Nel corso delle conquiste, sia le popolazioni indigene che i nuovi arrivati condussero la loro vita in pace e sicurezza. Abu Bakr, il primo Califfo, richiese alla sua gente di adottare un’attitudine giusta e tollerante in queste terre, in conformità ai valori del Corano. Abu Bakr diede il seguente ordine alla sua armata prima di intraprendere la spedizione siriana:
“Fermatevi, affinché possa darvi dieci norme da ricordare: non tradite, non deviate dal cammino retto. Non mutilate, né uccidete i bambini, gli anziani e le donne. Non distruggete neppure un palmizio, né bruciate o tagliate un singolo albero da frutta. Non trucidate i greggi né le mandrie di cammelli, se non per procurarvi la sussistenza. È probabile che incontriate gente che ha votato la vita al servizio monastico; lasciateli a ciò cui hanno dedicato l’esistenza. È probabile, parimenti, che incontriate gente che vi offrirà cibo di ogni genere. Mangiatene, ma non dimenticate di menzionare il nome di Allah”.7

A Gerusalemme e nei territori circostanti, che furono sotto il dominio islamico per lunghi periodi di tempo, la guerra e il conflitto hanno sostituito la pace e la tolleranza.
Umar ibn al-Khattab, il quale successe ad Abu Bakr, si rese famoso per il modo in cui esercitò la giustizia e stipulò contratti con le popolazioni dei paesi conquistati. Ognuno di questi contratti si dimostrò un esempio di tolleranza e giustizia. Per esempio, nella dichiarazione in cui concedeva protezione ai cristiani di Gerusalemme e Lod, egli garantì che le chiese non sarebbero state demolite e che i musulmani non avrebbero pregato in esse. Umar concesse le stesse condizioni ai cristiani di Betlemme. Durante la conquista di Medain, la dichiarazione di protezione data al patriarca nestoriano Isho'yab III (650 - 660 AD) garantiva ancora che le chiese non sarebbero state demolite e che nessun edificio sarebbero stato convertito in una casa privata o in una moschea. La lettera scritta dal patriarca al vescovo di Fars (Persia) dopo la conquista è ancor più sorprendente, nel senso che rivela chiaramente la tolleranza e la compassione mostrata dai capi musulmani alla Gente del Libro. Nelle parole di un cristiano:
“Gli Arabi ai quali Dio ha dato in questa epoca il governo del mondo... non perseguitano la religione cristiana. Anzi, la favoriscono, onorano i nostri preti e i santi di Dio e concedono benefici alle chiese e ai monasteri”.8
Tutti questi sono esempi importanti i quali rivelano la comprensione della giustizia e della tolleranza dei veri credenti. In un versetto si dice:
“Allah vi ordina di restituire i depositi ai loro proprietari e di giudicare con equità quando giudicate tra gli uomini. Allah vi esorta al meglio. Allah è Colui che ascolta e osserva”. (Corano, IV, 58)
Canon Taylor, uno dei responsabili delle missioni anglicane, esprime la bellezza della moralità islamica in uno dei suoi discorsi:
“L’Islam ha messo in luce i dogmi fondamentali della religione – l’unità e la grandezza di Dio, la Sua giustizia e misericordia, la sottomissione alla Sua volontà, l’abbandono e la fede. Ha proclamato la responsabilità dell’uomo, la vita futura, il giorno del giudizio e il castigo per gli empi. Ha ripristinato i doveri della preghiera, della carità, del digiuno e della benevolenza. Ha messo in disparte le virtù artificiali, le frodi e le follie religiose, i sentimenti morali perversi e le sottigliezze verbali delle dispute teologiche... Ha dato la speranza allo schiavo, la fratellanza all’umanità e ha riconosciuto le verità fondamentali della natura umana”.9
La falsa affermazione che la gente nei paesi conquistati si convertì all’islam sotto la minaccia delle armi è stata smentita dai ricercatori occidentali, così come la giustizia e la tolleranza dei musulmani è stata confermata. L. Browne esprime la situazione con le seguenti parole:
“Incidentalmente, questi fatti ben documentati smentiscono l’idea tanto a lunga divulgata negli scritti cristiani che i musulmani, ovunque si fossero recati, avrebbero forzato le popolazioni ad accettare l’Islam con la lama della spada”.10

Molti Crociati furono sorpresi dall’attitudine giusta, tollerante e compassionevole mostrata dai musulmani anche sul campo di battaglia. In seguito, essi espressero la loro ammirazione nei memoriali. Nell’immagine si vede la Seconda Crociata inaugurata da Luigi VII.
Nel suo libro The Prospects of Islam, Browne prosegue affermando che il vero motivo delle conquiste musulmane sarebbe la fratellanza dell’Islam. La vasta maggioranza degli amministratori musulmani che hanno regnato sulle terre islamiche nel corso della storia continuarono a trattare i membri delle altre religioni con la più assoluta tolleranza e rispetto. Entro i confini degli stati islamici, sia gli ebrei che i cristiani vissero in sicurezza e libertà.
Il Professor John L. Esposito, docente di Religione e Relazioni Internazionali presso la Georgetown University, descrive il modo in cui gli ebrei e i cristiani che vissero sotto il governo dell’Islam godettero di enorme tolleranza:
“Gli eserciti musulmani si dimostrarono formidabili conquistatori e governatori efficaci, costruttori piuttosto che distruttori. Essi sostituirono i governatori locali e gli eserciti dei paesi conquistati, pur preservando buona parte della loro amministrazione, burocrazia e cultura. Per molti, nelle terre conquistate, non fu che un cambio di governo che portò la pace a popoli demoralizzati e malcontenti a causa delle gravi perdite e dell’esosa tassazione dovuta ad anni di conflitto bizantino-persiano. Le comunità autoctone erano libere di mantenere il loro sistema negli affari interni, domestici. In molti sensi, le popolazioni locali trovarono il dominio musulmano più flessibile e tollerante rispetto a quello di Bisanzio e della Persia. Le comunità religiose erano libere di praticare la loro fede – di adorare e di essere governate dai loro capi religiosi e dalle loro leggi in materia di matrimonio, divorzio e successione. In cambio, gli era richiesto di pagare un tributo, una capitazione (jizya) che gli garantiva la protezione dei musulmani in caso di aggressioni esterne e li esentava dal servizio militare. Erano quindi chiamati i ''protetti'' (dhimmmi). In realtà, ciò significò spesso una minore tassazione, maggiore autonomia locale, governo da parte di altri Semiti con più stretti legami linguistici e culturali rispetto alle élite ellenizzate greco-romane di Bisanzio, oltre a una maggiore libertà religiosa per gli ebrei e i cristiani indigeni. La maggior parte dei culti cristiani, come i Nestoriani, i Monofisiti, i Giacobiti e i Copti, erano stati perseguitati come eretici e scismatici dalla Chiesa orotodossa. Per tale ragione, alcune comunità cristiane ed giudaiche prestarono aiuto agli eserciti invasori, considerandoli meno oppressivi dei loro padroni imperiali. In molti sensi, la conquista recò una Pax Islamica in zone di guerra”.11

Il dominio islamico in Spagna giunse a termine nel 1492 allorquando Granada fu conquistata dalle armate di re Ferdinando e della regina Isabella. Nell’immagine è rappresentata la resa della città.
Un’altra "Pax Islamica" fu quella nei confronti delle donne, un segmento della società che era stato vittima di tremendi abusi in epoche pre-islamiche. Il Professor Bernard Lewis, noto come uno dei maggiori esperti del Medio Oriente, commenta:
“In generale, l’avvento dell’Islam ha apportato un enorme miglioramento alla condizione delle donne nell’Arabia antica, dotandole di proprietà e altri diritti e garantendo una protezione contro gli abusi da parte dei mariti o dei padroni. L’uccisione di bambine neonate, sanzionata dal costume nell’Arabia pagana, fu bandita dall’Islam. Ma la posizione delle donne rimase labile, per poi peggiorare, in questo come in molti altri aspetti, nel momento in cui il messaggio originario dell’Islam perse il suo impeto e fu modificato sotto l’influenza di attitudini e costumi preesistenti”.12
Il regno dei Turchi Selgiudichi e quello degli Ottomani fu contrassegnato da una visione giusta e tollerante dell’Islam. Nel suo libro, The Spread of Islam in the World (La diffusione dell’Islam nel mondo), lo studioso britannico Sir Thomas Arnold spiega la disponibilità dei cristiani ad essere governati dai Selgiudichi in ragione di questa loro attitudine:
“Quello stesso senso di sicurezza nella vita religiosa sotto il dominio musulmano indusse molti cristiani dell’Asia Minore ad accogliere la venuta dei Turchi Selgiudichi come una liberazione … Durante il regno di Michele VIII (1261-1282), i Turchi erano spessi invitati a prendere possesso di piccole città all’interno dell’Asia Minore dagli abitanti per poter fuggire dalla tirannia dell’Impero. Sia i ricchi che i poveri emigrarono nei domini turchi”.13

Il Sultano Beyazid II fu un musulmano devoto. Egli accolse gli ebrei in fuga dalle persecuzioni spagnole e gli concesse la libertà di praticare la loro religione nelle terre musulmane.
Malik Shah, il governatore dell’Impero Selgiudiche all’apice del suo splendore, trattò i sudditi delle terre conquistate con grande tolleranza e compassione e fu quindi ricordato con rispetto e amore. Ogni storico obiettivo menziona la giustizia e la tolleranza di Malik Shah, la quale ispirò amore nei cuori della Gente del Libro. Per tale ragione, caso senza precedenti nella storia, molte città si assoggettarono volontariamente al dominio di Malik Shah. Sir Thomas Arnold menziona inoltre Odo de Diogilo, un monaco di St. Denis che prese parte alla seconda crociata come cappellano privato di Luigi VII, il quale parla nelle sue memorie della giustizia del governo islamico esercitata dai musulmani indipendentemente dall’affiliazione religiosa dei suoi sudditi. Sulla base del vivido resoconto di Odo de Diogilo, Sir Thomas Arnold scrive:
“La situazione dei superstiti sarebbe stata disperata se la vista della loro miseria non avesse volto alla pietà i cuori dei musulmani, i quali attesero ai poveri e agli affamati con piena liberalità. Alcuni addirittura comprarono il denaro francese che i Greci avevano preso ai pellegrini con la forza o con l’inganno e lo distribuirono a piene mani ai bisognosi. Tale fu il contrasto tra il trattamento gentile ricevuto dai pellegrini [da parte dei musulmani] . . . e la crudeltà dei loro correligionari greci, i quali li costrinsero ai lavori forzati, li malmenarono e li derubarono di quel poco che gli era rimasto, che molti di loro abbracciarono volontariamente la fede dei loro liberatori. Secondo le parole dell’antico cronista [Odo de Diogilo]: "Al fine di evitare i loro correligionari che si erano dimostrati tanto crudeli nei loro confronti, cercarono un rifugio sicuro tra gli infedeli i quali erano stati compassionevoli verso di loro. Abbiamo quindi udito che più di tremila di essi si unirono ai Turchi quando questi si ritirarono”."14

La conquista di Costantinopoli da parte del Sultano Mehmet il Conquistatore significò libertà per ebrei e cristiani eterodossi i quali erano stati oppressi per secoli dai dominatori romani e bizantini.
Queste affermazioni da parte di uno storico rivelano che quegli amministratori musulmani che adottarono realmente la moralità dell’Islam governarono sempre con tolleranza, compassione e giustizia. Analogamente, la storia dell’Impero Ottomano, che resse le terre di tre continenti per secoli, abbonda di esempi di tale tolleranza.
Il modo in cui gli ebrei si stabilirono nelle terre ottomane all’epoca del Sultano Beyazid II, dopo essere stati assoggettati a massacri e all’esilio nei regni cattolici di Spagna e Portogallo, è un chiaro esempio della tolleranza propria alla moralità islamica. I monarchi cattolici che all’epoca governavano la Penisola Iberica fecero enormi pressioni su quegli stessi ebrei che in precedenza avevano vissuto pacificamente sotto il dominio musulmano in Andalusia. Mentre musulmani, cristiani ed ebrei avevano convissuto in pace in Andalusia, sotto i monarchi cattolici si impose una forzata cattolicizzazione dell’intera regione, si dichiarò guerra ai musulmani e si oppressero gli ebrei. Ne seguì che gli ultimi monarchi islamici di Granada, nella Spagna meridionale, furono detronizzati nel 1492. I musulmani subirono terribili massacri, mentre quegli ebrei che si rifiutarono di convertirsi alla nuova religione furono costretti all’esilio.
Un gruppo di questi ebrei senza patria cercò rifugio nelle terre dell’Impero Ottomano, dove fu ammesso. La flotta ottomana, sotto il comando di Kemal Reis, condusse gli ebrei esiliati e i musulmani superstiti nelle terre dell’Impero.

Il Sultano Mehmet il Conquistatore accordò molte concessioni al Patriarcato.  Il Patriarca godette di autonomia per la prima volta nella storia sotto il dominio turco. Nel’l’immagine è rappresentato il Sultano Mehmet il Conquistatore mentre riceve il Patriarca.
Il Sultano Beyazid II, entrato nella storia come un pio credente, nella primavera del 1492 insediò gli ebrei espulsi dalla Spagna in alcune parti dell’Impero, nell’area di Edirne e Tessalonica, nella Grecia contemporanea. La maggior parte dei 25000 ebrei turchi residenti oggi in Turchia sono i discendenti di tali ebrei spagnoli. Questi hanno adattato la loro religione e i loro costumi, portati con loro dalla Spagna 500 anni orsono, alle condizioni attuali della Turchia, dove continuano a vivere agiatamente, frequentando le loro scuole, ospedali e associazioni culturali, risiedendo nelle antiche dimore di famiglia e pubblicando addirittura i loro quotidiani. Non solo nel campo del commercio e della finanza i loro rappresentanti occupano posizioni di rilievo, ma anche in diversi ambiti professionali, dalla tecnica alla pubblicità, acquistando una crescente influenza nei circoli intellettuali. Mentre le comunità ebraiche residenti nei paesi europei furono esposte per secoli alla minaccia di attacchi antisemiti, in Turchia godettero di pace e sicurezza. Questo esempio è sufficiente a dimostrare la tolleranza dell’Islam e la sua comprensione della giustizia.
La compassione e la tolleranza esibite dal Sultano Beyazid II sono comuni a tutti i sultani ottomani. Quando il Sultano Mehmet il Conquistatore conquistò Costantinopoli, permise ai cristiani e agli ebrei di risiedervi liberamente. André Miquel, noto per i suoi pregiati studi sulla giustizia e la tolleranza praticate dai musulmani, scrive:
“Le comunità cristiane vissero in uno stato meglio amministrato che durante l’epoca bizantina e latina. Non furono mai soggetti a sistematiche persecuzioni. Al contrario, l’Impero e in special modo Istanbul divennero un rifugio per gli ebrei spagnoli che erano stati torturati. Non furono mai islamizzati forzosamente; i movimenti di islamizzazione furono il risultato di processi sociali”.15
Come risulta chiaro da questi fatti, i musulmani non hanno mai esercitato alcuna oppressione nella storia. Al contrario, hano recato ovunque la pace e la sicurezza a tutte le nazioni e comunità religiose. Attenendosi al versetto di Dio che recita: "Adorate Allah e non associateGli alcunché. Siate buoni con i genitori, i parenti, gli orfani, i poveri, i vicini vostri parenti e coloro che vi sono estranei, il compagno che vi sta accanto, il viandante e chi è schiavo in vostro possesso. In verità Allah non ama l'insolente, il vanaglorioso" (Corano, IV, 36) hanno mostrato una condotta esemplare a tutti i popoli.
In breve, l’amicizia, la fratellanza, la pace e l’amore sono le basi della moralità coranica, ed è tali virtù superiori che i musulmani devono aderire (Per ulteriori dettagli si veda Harun Yahya, La giustizia e la tolleranza nel Corano).

Coloro che hanno creduto e non ammantano di iniquità la loro fede…
(Corano, VI, 82)
 

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Estratto dall’intervista TV DEM e TV Tempo di Adnan Oktar il 13 novembre 2009

Se una persona dice: “ho fatto qualcose”, questo è politeismo. Quello che dovrebbe dire è: “Dio l'ha fatto per mezzo di me”.

Quotazione dall'intervista di Adnan Oktar il 2 febbraio 2010